Eroi Senza Palco
La cucitura blu
C’è un piccolo teatro che non troverete su nessuna mappa.
Non ha un indirizzo.
Non appartiene a un’epoca precisa.
Non segue il tempo come lo conosciamo.
Il sipario è sempre aperto.
Le luci sono sempre accese.
Perché in quel luogo nessuno sa mai quando qualcuno avrà bisogno di raccontare qualcosa.
Le poltrone sono quasi tutte occupate.
Dalla sala arriva un leggero brusio, contenuto e timido, come quello di persone che non si sono mai incontrate prima o di persone che, proprio su quel palco, avevano già trovato domande, dubbi e qualche risposta.
In prima fila siedono Albert Einstein, intento a riempire il suo taccuino di piccoli appunti, Marie Curie assorta nei suoi pensieri, Charles Darwin osservatore curioso di ogni dettaglio.
Accanto a loro Luciano Pavarotti cerca inutilmente il suo inseparabile fazzoletto.
Più indietro si trova Gino Colombo, proprietario della paninoteca accanto al teatro, che sembra conoscere tutti senza che nessuno sappia bene come.
E poi c’è il Joker.
Seduto composto per quanto possibile.
Cosa che, nel suo caso, è già un risultato.
Vicino a lui Lobo osserva la sala con aria divertita, pronto a commentare qualsiasi cosa.
Il cartellone della serata è stranamente vuoto.
Nessun nome.
Nessun argomento.
Nessuna anticipazione.
Solo una scritta:
“Stasera qualcuno salirà sul palco.”
Interessante.
Forse.
Come sempre, il sipario è già aperto.
Due luci di scena si incrociano immobili.
Una illumina un piccolo orsacchiotto di pezza lasciato al centro del palco.
Sembra dimenticato.
Oppure in attesa.
All’improvviso, dalle quinte arriva una risata allegra.
Poi il rumore veloce di passi.
La sala si zittisce.
Un bambino entra camminando all’indietro.
«Questa volta non mi troverà» dice divertito.
«Ogni volta quella stupida ragazzina propone di nasconderci e in meno di trenta secondi riesce sempre a trovarmi.»
Si ferma.
Stringe il mento tra pollice e indice, come se stesse cercando una soluzione a un problema complicatissimo.
«La mamma continua a ripetermi che un giorno apprezzerò quando una ragazza vorrà giocare con me a nascondino…»
Fa una pausa.
«Ma per ora preferisco calcio e videogiochi.»
Poi si gira.
E vede il pubblico.
Per alcuni secondi rimane immobile.
«Ah!»
Un piccolo urlo di sorpresa.
Guarda le poltrone.
Guarda il palco.
Guarda le persone che lo stanno osservando.
Poi alza una mano.
«Ciao…»
La sua voce diventa più timida.
«Credo di essermi perso.»
«Ciao!» risponde la sala quasi all’unisono.
«Pensavo di aver trovato il nascondiglio perfetto» continua il bambino stringendosi un polso con la mano.
«Adele mi trova sempre. A volte ho l’impressione che giochi solo per dimostrarmi quanto sono incapace di nascondermi.»
Lobo si sporge dalla poltrona.
«Forse vuole solo acchiapparti, ragazzo.»
Il suo sorriso si allarga.
«E magari dovresti lasciarglielo fare.»
Qualche persona in sala sorride.
Madame Curie si volta lentamente verso di lui.
«Signor Lobo, lasci parlare il ragazzo. Per una volta provi a non essere lei l’intrattenimento della serata.»
Lobo si sistema sulla poltrona.
«Va bene, va bene. Era solo un’ipotesi scientifica.»
«Io sono Marco» dice il bambino.
Poi guarda verso l’uscita.
«Non volevo disturbare.»
Una voce arriva dalle ultime file.
Calma.
Gentile.
«Signor Marco, forse questa sera il palco aspettava proprio lei.»
Il bambino guarda davanti a sé.
Poi sorride appena.
«Io?»
Nessuno risponde.
Perché il palco sembra aver già dato la sua risposta.
Marco fa per tornare dietro le quinte.
Poi si ferma.
Il suo sguardo cade sull’orsacchiotto illuminato dalla luce.
Si avvicina lentamente.
La sala torna silenziosa.
Si china.
Lo prende con due dita, quasi con timore.
Lo gira.
Sul fianco vede una grossa cucitura fatta con del filo blu.
Marco resta immobile.
«Ma questo è mio…»
La sua voce è appena un sussurro.
Dalla sala arriva una voce:
«Voce!»
Marco alza lo sguardo.
Poi sorride.
«Dicevo che questo è mio.»
Stringe l’orsacchiotto.
«Lo riconosco. Me lo ha regalato il mio papà quando ero piccolo.»
Il Joker inclina la testa.
«Quindi l’anno scorso, fringuellino.»
Qualcuno in sala lo guarda male.
Una voce elegante arriva da una poltrona.
«Signor Joker, lasci raccontare il ragazzo.»
«Va bene, va bene…»
Il Joker si sistema.
«Però era una battuta molto accurata.»
Marco torna a guardare il suo orsacchiotto.
«La mamma lo aveva ricucito un giorno. Io e mio fratello stavamo litigando perché lo volevamo tutti e due e alla fine lo abbiamo tirato così forte che si è rotto.»
Accarezza la cucitura.
«Lei però non riconosce bene i colori.»
Solleva il filo blu.
«E quindi ha usato questo.»
Si sposta sotto l’altra luce del palco.
Poi si siede a gambe incrociate.
«Quella sera papà è tornato dal lavoro e quando ha sentito cosa era successo ci ha guardati male.»
Fa una pausa.
«Poi però ha visto come era stato sistemato Sedi.»
Alza l’orsacchiotto.
«Si chiama Sedi.»
Sorride.
«Papà lo ha guardato e ha iniziato a ridere tantissimo.»
Abbassa lo sguardo.
«La mamma si è offesa. È andata via e dopo poco è tornata con tanti gomitoli colorati e un paio di forbici.»
Marco imita la voce della mamma:
«Adesso mi dite qual è il colore giusto, così lo sistemiamo e non lo facciamo sembrare il mostro di Frankenstein.»
La sala sorride.
«Però io le ho tolto Sedi dalle mani.»
Abbraccia il giocattolo.
«Perché a me quella cucitura piaceva.»
Guarda il pubblico.
«Non sembrava una cicatrice.»
Una voce dalla platea interrompe:
«Fringuellino, io ho cicatrici molto più impressionanti di quella. Bats ha fatto un lavoro migliore.»
Il Joker.
Tutta la sala si gira verso di lui.
Lobo ridacchia.
Marco invece sorride.
Perché forse quella battuta, anche se fuori posto, gli piace.
«Comunque…»
Riprende.
«La mamma mi ha abbracciato e ha detto a papà che non capiva niente.»
Fa un sorriso.
«Diceva che lei lo sapeva. Sapeva che quella cucitura blu mi sarebbe piaciuta.»
Marco guarda l’orsacchiotto.
«Poi papà le ha preso le mani e le ha dato un bacio.»
La sua voce diventa più dolce.
«Le ha chiesto: “A te piace così?”»
Pausa.
«E lei ha detto di sì.»
Marco guarda il pubblico.
«Perché adesso Sedi era davvero il mio orsacchiotto.»
Stringe forte il giocattolo.
«Nessuno aveva una cucitura come quella.»
Per qualche secondo nessuno parla.
Poi Marco vede i sorrisi nella sala.
«Adesso devo andare a cercare Adele.»
Un piccolo pensiero attraversa il suo volto.
«Probabilmente non trovandomi sarà tornata a casa arrabbiata.»
Poi guarda Sedi.
«Però penso che ne sia valsa la pena.»
Fa un piccolo inchino.
Poi un secondo.
Questo più teatrale.
Il pubblico si alza.
L’applauso riempie il teatro.
Marco sorride.
Poi torna dietro le quinte.
La luce rimane accesa.
Sul palco resta soltanto un piccolo segno.
Una cucitura blu.
Da qualche parte una conversazione era appena finita.
Da qualche altra, forse, stava già per cominciarne un’altra.
——-
Una luce diversa sul palco
In questo episodio di Eroi Senza Palco abbiamo provato a cambiare prospettiva.
Sul palco non sono entrati grandi personaggi della storia, né protagonisti conosciuti dal pubblico. È salito Marco, un bambino che pensava soltanto di aver trovato un nascondiglio perfetto.
Ma il teatro di EsP ha una regola: chi entra sotto quella luce ha qualcosa da raccontare.
La platea, composta da grandi figure del passato e personaggi immaginari, per una volta non è lì per essere protagonista. È lì per ascoltare.
Perché forse il vero senso di un palco non è mostrare chi è importante, ma creare uno spazio dove ogni voce possa trovare qualcuno disposto ad ascoltarla.